Lo Spettacolo Basket: divertirsi per divertire

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Lo spettacolo basket: divertirsi per divertire

Qualche volta mi viene in mente di contare quante partite di basket posso avere visto nella mia vita. Ogni volta mi perdo tra i numeri. Sicuramente però sono diverse (tante) migliaia.

Quindi potrei non essere obiettivo e preso dalla stanchezza di sapere sempre con anticipo quello che succederà sul campo.

Ogni partita, ogni situazione per me è un “già visto”.

Mi manca l’effetto sorpresa di chi scopre cose nuove e l’imprevedibilità delle situazioni di gioco che sono un po’ il sale del divertimento.

Resta il fatto che mi diverto poco con questo basket anche se vedo dal vivo partite di alto livello: Olimpiadi, mondiali, europei, Euroleague, serie A.

Mi sono chiesto perché.

E mi sono dato questa risposta: non mi diverto perché capisco che chi gioca non si sta divertendo.

I giocatori sono operai del parquet alle prese con la catena di montaggio della partita intenti soprattutto a difendere il contratto di lavoro in essere ed assicurarsi il prossimo (meglio se con ancora più soldi). Salvo rare e piacevolissime eccezioni, è così.

I giocatori sono standardizzati, gli schemi sono unificati, le partite sono fotocopia.  

A cosa si deve tutto questo ?

Secondo me, alla  categoria di conservatori più conservatrice che ci sia: gli allenatori.

Mentre il movimento, “a parole”, è alla ricerca di un prodotto spettacolare che finalmente generi le risorse necessarie a coprire gli ingenti costi di produzione, gli allenatori predicano messaggi di puro stampo calvinista: lavoro, sudore, sacrificio, allenamenti ripetitivi, condizionamento.

A parziale discolpa degli allenatori c’è da dire che sono pagati (e giudicati) solo per fare risultato, pena l’esonero. Calcio docet.

Quindi c’è poco spazio per la fantasia e per lo spettacolo.

Meglio essere conservativi: difesa rude, gioco controllato, scelte assurdamente normali per non correre rischi ed evitare critiche. Primo obiettivo: tenere in equilibrio la partita ed arrivare agli ultimi minuti in una situazione giocabile con qualche tiro da tre. Poi se vanno dentro si vince, se vanno fuori si perde: che colpa può avere l’allenatore se si è perso perché qualcuno ha sbagliato gli ultimi due tiri da tre ?

Presidente arrabbiato per la sconfitta ma che può sempre dire “ce la siamo giocata”, tifosi che sfogano le ire sui tifosi dell’altra squadra ed accusano gli arbitri di qualche fischiata non andata nel verso giusto (quando si perde di poco anche un solo fischio può essere stato determinante), telecronisti contenti della partita risolta solo sul filo di lana, ovvero ascolti assicurati (!?).

Ma la verità è che il grande assente è lo spettacolo e, con esso, il divertimento che è il prodotto che il cliente “spettatore” vorrebbe ricevere.

Palasport nuovi e migliori di cui si parla, più grandi ed accoglienti, aiuterebbero sicuramente ma, senza il rilancio dello spettacolo, sarebbero destinati ad essere cattedrali nel deserto.

I Palasport già oggi difficilmente si riescono a riempire ma il pubblico degli eventi è anch’esso parte dello spettacolo. E’ difficile divertirsi in un palasport semivuoto. E’ difficile dare un buon basket in TV senza trasmettere anche l’emozione di un folto pubblico presente dal vivo. Non c’è nulla di peggio di inquadrature di spalti deserti e del desolante silenzio di un impianto vuoto in cui echeggia solo il sordo rumore del rimbalzo della palla.

Chi come me si destreggia tra RaiTre, RaisportSat, Sport Italia, Reti locali ed altro, spesso può assistere a partite di basket di spettacolarità pari a zero. Anche in questo caso la colpa non è certo delle televisioni che le si vorrebbero asservite alla diffusione di deprimenti partite.

Occorre uscire dall’ambiguità e guardare avanti: il basket è un prodotto di intrattenimento o solo una battaglia per una vittoria a tutti i costi ? Dirigenti, allenatori e giocatori giocano per loro stessi o per il pubblico ?

In ogni caso, divertimento cercasi, disperatamente.  

Bruno Bernardini

(pubblicato su BASKETNET il 26/02/2006)

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